lunedì 8 maggio 2017
Con YouTube diretta streaming 'mobile'
ROMA - Sulla scia di Facebook, Instagram e Twitter anche YouTube, piattaforma di condivisione video per eccellenza, rafforza il fronte delle dirette in streaming e sbarca sui dispositivi mobili. La piattaforma di proprietà di Google supporta dirette streaming fin dal 2011, ricorda la compagnia sul suo blog, e da poco ha lanciato il supporto gratuito per streaming a 360 gradi con video in altissima risoluzione 4k. Le dirette streaming da dispositivi mobili erano state testate lo scorso anno ma solo ora arrivano ufficialmente per una platea ampia di utilizzatori.
Per il momento YouTube rende disponibile la funzione per i canali con oltre 10 mila iscritti ma promette che "a breve" arriverà anche per tutti gli altri utenti.
La diretta streaming da dispositivi mobili è integrata nell'app YouTube. Per iniziare a trasmettere è sufficiente aprire l'applicazione e cliccare sull'opzione "live!".
Dopo l'esordio di app come Periscope (inglobata da Twitter) e Meerkat (ormai defunta), il successo delle dirette streaming dal cellulare è stato cavalcato in particolare da Facebook che nell'ultimo anno ha lanciato e potenziato i Live video dando il colpo di grazia ai pionieri del settore. Il social ha da poco lanciato i "live" anche su Instagram, app di sua proprietà.
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mercoledì 26 aprile 2017
Francia, Google e Facebook contro 'fake news' in vista elezioni
ROMA - Google e Facebook insieme ai giornalisti di autorevoli testate francesi contro le "fake news" in vista delle prossime elezioni in Francia. I due colossi di internet hanno annunciato iniziative ad hoc per combattere la disinformazione e le notizie bufala che abbondano online, sulla scia di impegni simili già presi negli Stati Uniti e in Germania dopo le polemiche scoppiate durante la campagna elettorale americana.
Le Monde afferma di essere una delle 8 testate che lavorerà insieme al social network Facebook per attività di "fact check", di controllo dei dati e delle informazioni, sui contenuti relativi alle prossime presidenziali francesi. Una collaborazione avviata in via "sperimentale". Allo stesso tempo l'organizzazione no profit First Draft News ha annunciato il lancio di CrossCheck, progetto per la verifica delle notizie che coinvolge in primis il News Lab di Google.
Nei giorni scorsi Le Monde aveva già lanciato uno strumento per difendersi dalle bufale sul web: Decodex, composto da un motore di ricerca garantito, un avvisto sul grado di affidabilità del sito internet che si sta visitando e un "robot" Facebook a cui si potranno porre domande.
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martedì 18 aprile 2017
Cresce l'uso dei software per bloccare la pubblicità
ROMA - Aumentano gli utenti di internet che usano programmi per bloccare la visualizzazione delle pubblicità sui siti web, i cosiddetti "adblock". Secondo un recente rapporto di PageFair nel 2016 l'11% degli utenti nel mondo ha usato questi software, che risultano installati su oltre 600 milioni di dispositivi (tra smartphone, tablet e computer fissi). Si tratta di un aumento del 30% rispetto all'anno prima.
La pubblicità più "fastidiosa" sembra essere quella su smartphone e tablet, visto che il grosso degli "adblock" è installata e in crescita proprio sui dispositivi mobili: i software risultano scaricati su 380 milioni di dispositivi (108 milioni nell'ultimo anno). L'utilizzo degli adblock su pc desktop ha raggiunto 236 milioni di terminali (con i 34 milioni aggiunti nel 2016). La ricerca offre anche uno spaccato Usa: il 74% degli utenti americani di adblock dice di abbandonare i siti che hanno dei sistemi per aggirare i programmi per il blocco delle inserzioni. Il 77% invece si dice disposto a guardare pubblicità in determinati formati.
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mercoledì 5 aprile 2017
Fb testa motore di ricerca per le foto
Facebook sulla scia di Google Foto: il social network che viaggia spedito verso i due miliardi di utenti nel mondo sta testando un motore di ricerca interno anche per le immagini, sfruttando una tecnologia basata su intelligenza artificiale in grado di riconoscere luoghi e oggetti nelle foto. Secondo quanto riferito dalla compagnia al sito The Next Web la novità dovrebbe essere disponibile per tutti gli iscritti negli Stati Uniti, e in futuro una simile ricerca "semantica" potrebbe essere applicata anche sui video.
La funzione si basa su una tecnologia - chiamata "Lumos" - che Facebook ha utilizzato per migliorare l'accessibilità della sua piattaforma agli utenti con disabilità visiva e che permette di "descrivere" il contenuto delle immagini. Un sistema che può essere impiegato anche per facilitare la ricerca di oggetti e luoghi nelle immagini.
Sfruttando l'intelligenza artificiale, spiega The Next Web, Facebook ha analizzato miliardi di foto sulla sua piattaforma usando diversi criteri per poterne indicizzare i risultati.
Grazie alla tecnologia di riconoscimento degli oggetti si potranno cercare animali, luoghi, scene, attrazioni, abbigliamento, indipendentemente da un loro esplicito richiamo in una didascalia. Una funzione del tutto simile a quanto già implementato da Google nel servizio Foto, dove è possibile archiviare i propri scatti e avviare una ricerca interna.
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martedì 28 marzo 2017
Wikipedia contro bufale, non citerà più il Daily Mail
ROMA - Wikipedia in campo contro le 'fake news': i collaboratori dell'edizione inglese dell'enciclopedia online hanno deciso di eliminare il Daily Mail dalle fonti citate, valutando il tabloid "generalmente inaffidabile" per via di "scarsa verifica dei fatti, sensazionalismo e notizie inventate".
La Wikimedia Foundation, cui fa capo Wikipedia, ha spiegato che gli autori della versione britannica dell'enciclopedia stavano discutendo dell'opportunità di bandire il Daily Mail dagli inizi del 2015. "Gli editori volontari di Wikipedia English hanno deciso che il Daily Mail è generalmente inaffidabile, e che il suo uso come riferimento va generalmente vietato, soprattutto quando esistono altre fonti più affidabili", ha detto la fondazione.
La risposta del Daily Mail non si è fatta attendere. "Per la cronaca il Daily Mail nel 2014 ha vietato a tutti i suoi giornalisti di usare Wikipedia come unica fonte a causa della sua inaffidabilità", ha detto un portavoce del quotidiano secondo quanto riportato dal Guardian. "Tutte le persone che credono nella libertà di espressione dovrebbero essere profondamente preoccupate per questo tentativo cinico e politicamente motivato di soffocare la stampa libera".
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giovedì 16 marzo 2017
WhatsApp più sicuro, arriva verifica a due fattori
ROMA - WhatsApp aumenta la sua sicurezza e introduce il sistema di verifica a due fattori, un meccanismo già adottato da diverse piattaforme - da Google a Twitter - che richiede un secondo metodo di autenticazione per accedere ai servizi online, ad esempio un codice inviato per sms in aggiunta alla password. Lo riporta il sito The Next Web.
Annunciata lo scorso autunno, la novità comincerà a essere disponibile gradualmente anche per gli utilizzatori della chat di proprietà di Facebook, per gli utenti di iPhone e di dispositivi Android e Windows. Nel mondo sono circa 1,2 miliardi di persone.
Su WhatsApp la doppia autenticazione funzionerà in questo modo: la prima fase consiste nel consueto accesso all'applicazione dal proprio smartphone, la seconda invece è un codice di 6 cifre che gli utenti creeranno non appena abiliteranno la funzione. Questo codice verrà richiesto una volta a settimana per accedere alla chat.
Per abilitare la funzione occorre andare in: "Impostazioni", "Account", "Verifica a due fattori" e selezionare "Abilita".
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martedì 7 marzo 2017
Pinterest lancia lo Shazam delle foto
ROMA - Quello che Shazam fa con la musica - riconoscere la canzone ascoltata, fornire titolo, artista e un collegamento per ascoltarla e acquistarla - Pinterest lo fa con le immagini, attraverso il lancio di Lens. Il nuovo strumento consente di fare ricerche visuali: basta inquadrare un oggetto con la fotocamera del cellulare per accedere a una serie di contenuti collegati, e magari al sito dove fare shopping.
Attualmente in versione beta, quindi non definitiva, per gli utenti mobili di Pinterest negli Usa, Lens si propone per diversi utilizzi. Ad esempio, spiega la società, si può inquadrare un paio di scarpe per vedere stili collegati o trovare idee su come abbinarle e suggerimenti per lo shopping, un tavolo da pranzo per vederne altri online, o un broccolo per leggere le ricette per cucinarlo.
"Per ora Lens lavora al meglio per trovare idee per decorare la casa, cose da indossare e cibo", spiega la compagnia sul suo blog. "Continuando a migliorarlo, e con più persone che lo proveranno, i risultati saranno ancora migliori, e la gamma di oggetti che Lens riconoscerà sarà sempre più ampia".
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sabato 25 febbraio 2017
Facebook, guanti per la realtà virtuale
ROMA, 11 FEB - In futuro la realtà virtuale non passerà solo dagli occhi, ma anche dalle mani, tramite cui disegnare e interagire con gli oggetti che si vedono. A questo sta lavorando Oculus, società di proprietà di Facebook, che dopo aver lanciato un visore per la realtà virtuale sta lavorando su un paio di guanti. Lo ha svelato il fondatore del social network, Mark Zuckerberg, che ha pubblicato gli scatti della sua visita al laboratorio di ricerca di Oculus. Una foto lo ritrae mentre sperimenta i guanti hi-tech.
"Stiamo lavorando su nuovi modi per portare le mani nella realtà virtuale e aumentata", ha scritto Zuckerberg in un post.
"Indossando questi guanti si può disegnare, scrivere su una tastiera virtuale e anche sparare ragnatele come Spider Man".
I guanti, tuttavia, non dovrebbero arrivare sul mercato a breve. "Gli Oculus Rift sono già la migliore esperienza di realtà virtuale che si può acquistare. La tecnologia in fase di sviluppo in questo laboratorio - ha evidenziato Zuckerberg - mi fa desiderare che il futuro arrivi molti prima".
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lunedì 20 febbraio 2017
Spam 'malevolo', è il 10% delle e-mail
ROMA, 11 FEB - Le e-mail spam "sono a livelli che non si vedevano dal 2010", la posta spazzatura rappresenta quasi i due terzi (65%), dei quali i messaggi dannosi sono tra l'8% e il 10%. Sono alcuni dei dati contenuti nell'Annual Cybersecurity Report 2017 di Cisco. Dall'indagine si evince che oltre un terzo delle organizzazioni che hanno subito una violazione hanno riportato sostanziali perdite in termini di clienti, opportunità ed entrate mancate per oltre il 20%. Inoltre, dopo gli attacchi, il 90% di queste aziende ha investito per migliorare tecnologie e processi di difesa contro le minacce, separando le funzioni IT e di sicurezza (il 38%), intensificando la formazione dei dipendenti sulle tematiche di sicurezza (il 38%), e adottando tecniche di mitigazione del rischio (il 37%). Oltre alla posta spam, a infettare gli utenti c'è sempre di più l'adware, che scarica pubblicità senza permesso: ha intaccato il 75% delle aziende prese in esame.
"Una delle metriche che reputiamo essenziali è il 'tempo di rilevamento'e il 'tempo di evolvere' delle attività dannose", spiega David Ulevitch, Vice Presidente-General Manager, Business Security, Cisco.
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domenica 12 febbraio 2017
Alison Griswold
Scott Shatford non avrebbe mai immaginato di dover fare i conti con un processo penale. Ha ricevuto l’avviso a maggio, più di un anno dopo che la città in cui viveva, Santa Monica, in California, aveva deciso di vietare gli affitti a breve termine che stavano invadendo la località balneare. Shatford conosceva l’ordinanza del sindaco, ma aveva deciso d’ignorarla e aveva continuato ad affittare per brevi periodi due appartamenti su Airbnb. Pensava che il divieto fosse ridicolo e difficile da far rispettare. E poi, se mai l’avessero beccato, una multa sarebbe stato un piccolo prezzo da pagare per delle case che gli rendevano circa 60mila dollari all’anno.
Ma Santa Monica ha deciso di andarci giù pesante. Dopo che Shatford ha ignorato diversi avvisi, la città lo ha denunciato.
A luglio Shatford è diventato uno dei primi proprietari degli Stati Uniti a essere condannato per aver messo in affitto illegalmente delle case su Airbnb. Ha patteggiato e ha accettato di non affittare più i suoi appartamenti, di pagare una multa di circa 3.500 dollari e di essere in libertà vigilata per due anni. Quello stesso mese ha chiuso la sua attività e si è trasferito a Denver, in Colorado. “Mi aspettavo una multa”, racconta, “ma non pensavo che mi avrebbero trattato come un criminale. Stavo solo cercando di guadagnarmi da vivere”. Il 2 settembre Airbnb si è rivolta a un tribunale federale per fare causa alla città californiana in seguito all’ordinanza.
Quello che è successo a Santa Monica non è un incidente isolato. Gli affitti su Airbnb sono tenuti d’occhio anche a Los Angeles, Miami Beach e Portland, e fuori dagli Stati Uniti a Toronto, Barcellona e Berlino. A San Francisco un giudice federale ha convalidato l’8 novembre delle leggi che potrebbero imporre delle pesanti multe al sito, mentre Andrew Cuomo, il governatore dello stato di New York, ha approvato alcune importanti limitazioni agli affitti a breve termine. Airbnb non l’ha presa bene: oltre a Santa Monica, ha fatto causa ad altre tre città statunitensi quest’anno.
E i problemi arrivano proprio nel momento in cui Airbnb cerca di trasformarsi in un’azienda di viaggi completa ed è pronta per quotarsi in borsa.
Buoni e cattivi
Airbnb ha cominciato la sua attività nel 2007 a San Francisco, con tre ragazzi che cercavano di raggranellare i soldi dell’affitto con un paio di materassi ad aria e un loft vuoto. Come ogni storia che si rispetti, Airbnb è finita con il diventare il simbolo della sua attività: far guadagnare alle persone un po’ di denaro extra e fornire un’alternativa ai turisti in cerca di un alloggio.
All’epoca era un’idea forte, visto che milioni di persone stavano perdendo lavoro, casa e risparmi a causa della recessione. Airbnb e un’altra giovane startup, Uber, promettevano di ripensare il sogno americano nel momento in cui il paese ne aveva più bisogno. Per quasi un decennio l’azienda si è scrupolosamente attenuta alla sua missione, trasformandosi nel frattempo da una scalcinata startup a una delle aziende tecnologiche che valgono di più.
Sulla carta Airbnb vale trenta miliardi di dollari, quanto Marriott International, la principale catena alberghiera al mondo. Ma continua a presentarsi come un’azienda paladina della classe media. I suoi dirigenti sostengono di aiutare le famiglie a pagare le bollette e a rimanere nelle loro case. Airbnb si presenta come la buona della situazione, mentre i cattivi sono quelli che intralciano la strada dell’innovazione, in particolare la lobby alberghiera. Ma l’ultimo anno ha dimostrato che questa narrazione in realtà mostra qualche crepa.
A Santa Monica e altrove, il boom degli affitti occasionali comincia finalmente a essere notato, non solo dai suoi sostenitori, ma da chiunque si occupi dei problemi legati all’alloggio. I legislatori si chiedono se Airbnb porti dei vantaggi ai residenti o solo ai turisti di passaggio. Gli inquilini degli appartamenti sono preoccupati che l’arrivo dei turisti diminuisca la loro sicurezza e peggiori la qualità della vita. In luoghi dove gli affitti sono già alti e le sistemazioni a buon mercato scarseggiano, i difensori del diritto alla casa temono che il sito spinga i proprietari più avidi a trasformare le loro abitazioni in alberghi improvvisati.
Una volta registrato il suo appartamento su Airbnb, Shatford ha viaggiato per sei mesi nel sudest asiatico
Dopo anni in cui ha detto di stare dalla parte dei buoni, oggi Airbnb si trova a doversi difendere in alcuni dei suoi mercati principali, e questa pressione non le giova. L’azienda ha intentato cause legali, organizzato manifestazioni e speso milioni in campagne per influenzare l’opinione pubblica. Ha denunciato avversari politici e sventolato ricerche che mettono in cattiva luce gli alberghi. Questi contrasti fanno emergere una cruda verità: messa sotto pressione, Airbnb reagisce come tutte le grandi aziende.
Le cose erano più semplici quando Shatford ha cominciato a ospitare persone nell’ottobre del 2012. All’epoca Airbnb si presentava come un’alternativa più economica e piacevole agli alberghi e Shatford era il prototipo del proprietario: un tizio che aveva bisogno di soldi dopo aver perso il lavoro. Una volta registrato il suo appartamento su Airbnb, Shatford ha prenotato un biglietto di sola andata per la Thailandia e, anche grazie ai ricavi dell’affitto, ha viaggiato per sei mesi nel sudest asiatico.
Residenti preoccupati
Tornato negli Stati Uniti, Shatford si è reso conto che con un po’ di sforzo avrebbe potuto guadagnare bene con Airbnb. “L’intuizione mi ha colpito come uno schiaffo e mi ci sono buttato a capofitto”, racconta. Ha migliorato la sua presentazione su Airbnb, cambiando le foto e facendo esperimenti sui prezzi. “Ho capito che avrei potuto guadagnare quattromila dollari al mese con quell’appartamento”.
L’estate dopo Shatford ha cominciato a espandersi. “In due mesi riuscivo a rientrare nelle spese di un appartamento, e così avevo abbastanza soldi per metterne un altro sul mercato”, spiega. A metà del 2014 gestiva sette appartamenti su Airbnb. Inoltre aveva creato un sito web chiamato Airdna, che prendeva e analizzava i dati degli annunci pubblicati su Airbnb.
Shatford era solo uno dei tanti proprietari che affittavano casa attraverso l’azienda di San Francisco, per questo è stato colto di sorpresa quando, all’inizio del 2015, il responsabile capo del marketing di Airbnb, Jonathan Mildenhall, ha prenotato un soggiorno in uno dei suoi appartamenti.Shatford temeva che il dirigente avrebbe avuto da ridire sul numero di case in affitto che gestiva o sulla sua attività di ricerca dati. Ma quando Mildenhall è arrivato, i due si sono intesi a meraviglia. “Abbiamo chiacchierato per un’ora”, dice Shatford. “Mi ha detto che con meno di cinque appartamenti non avrebbero preso alcun provvedimento. Erano più preoccupati di chi gestiva decine di case e su questo, prima o poi, avrebbero potuto dare un giro di vite”. Un portavoce di Airbnb ha dichiarato che Mildenhall non ricorda questa conversazione.
Anche la città di Santa Monica cominciava a rendersi conto della situazione. Nell’aprile del 2015 i funzionari hanno scoperto che gli affitti a breve termine si erano moltiplicati. In particolare erano preoccupati dall’affitto di intere case per meno di trenta giorni. I legislatori hanno deciso di vietare questa possibilità, perché rischiava di sottrarre appartamenti per i residenti. Ma lasciarono la possibilità di affittare le camere a chi era in possesso di una licenza da parte del comune.
Mentre Santa Monica si sforzava per ridurre gli affitti a breve termine, anche altre città cominciavano a interrogarsi sulla crescita del fenomeno. Nel marzo del 2015 un’associazione di Los Angeles ha denunciato il fatto che Airbnb crea una guerra tra turisti e inquilini, perché i “proprietari guadagnano molto di più affittando i loro appartamenti per brevi periodi su Airbnb”. Gli inquilini, nel frattempo, si lamentavano del fatto che gli ospiti di Airbnb creavano confusione, dimenticandosi di chiudere a chiave le porte o lasciando la spazzatura nei posti sbagliati. “Non abbiamo deciso di prendere casa in un albergo”, racconta Michael Castaldo, che vive nello stesso appartamento a New York da oltre vent’anni.
Airbnb guadagna su ogni prenotazione: prende il tre per cento dal padrone di casa, e una commissione tra il sei e il dodici per cento dall’ospite. Più prenotazioni significa più guadagni e i proprietari che gestiscono più appartamenti possono accumulare un sacco di prenotazioni. “Seguono le stesse regole delle grandi aziende ma fanno finta di essere un gruppo di bravi ragazzi che hanno avuto un’idea per fare un po’ di soldi dopo aver finito l’università”, racconta Liz Krueger, senatrice dello stato di New York. Alla fine del 2015 era evidente che, se non cambierà atteggiamento, Airbnb rischia d’inimicarsi per sempre i governi di alcuni dei suoi mercati principali.
A novembre dell’anno scorso, dopo aver vinto un referendum a San Francisco, molto combattuto, che voleva limitare il diritto di affittare a breve termine, l’azienda ha lanciato il Community compact: una dichiarazione di quattro pagine dove s’impegnava alla trasparenza, alla collaborazione con le città e a costruire un’azienda “di persone, fatta da persone, per le persone”. Prometteva che si sarebbe occupata seriamente di chi gestiva molte case e che avrebbe cancellato dalla piattaforma i trasgressori peggiori.
Le case e le persone
In giro per il mondo molte città si stavano già occupando di questi trasgressori. Nell’aprile del 2016 l’amministrazione di San Francisco si è resa conto che un quarto dei proprietari di appartamenti affittati a breve termine stava infrangendo le regole; a maggio Berlino ha introdotto delle limitazioni agli affitti di appartamenti interi, prevedendo multe fino a centomila euro; a Miami Beach un provvedimento del comune contro gli affitti a breve termine ha prodotto multe per 1,6 milioni di dollari in appena cinque mesi; a giugno i legislatori dello stato di New York hanno votato a favore di un inasprimento delle regole che Airbnb si era rifiutata di seguire, vietando perfino di pubblicizzare l’affitto di un intero appartamento per meno di trenta giorni.
Negli Stati Uniti l’attenzione ha raggiunto il massimo a luglio, quando Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, e altri due senatori degli Stati Uniti hanno scritto una lettera in cui invitavano la commissione federale per il commercio a “studiare e quantificare” l’attività commerciale presente sulle piattaforme per l’affitto occasionale. “Da un lato queste aziende hanno promosso l’innovazione, aumentato la concorrenza e hanno fornito nuovi mezzi con i quali i nostri elettori possono ottenere guadagni supplementari”, hanno scritto. “Dall’altro, siamo preoccupati che gli affitti a breve termine inaspriscano le carenze di alloggi e aumentino i costi abitativi nelle nostre comunità”.
Airbnb la pensa diversamente. Secondo alcuni studi commissionati dall’azienda, gli annunci presenti sul suo sito riguardano un numero di case troppo basso per influenzare il mercato degli affitti. L’azienda ha elogiato le regole “sensate” sugli affitti approvate in alcune città (Filadelfia, Chicago, New Orleans) e ne ha denunciate altre (San Francisco, Anaheim, Santa Monica, New York). Poi, all’improvviso, ha ceduto.
Il 1 novembre ha introdotto a New York e a San Francisco l’opzione one host, one home (un proprietario, una casa), che impedisce ai proprietari di mettere annunci per più di un appartamento. E all’inizio di dicembre ha accettato, in un accordo con Londra e Amsterdam, di controllare che i proprietari siano in regola con le norme locali sulle licenze e di limitare il numero di giorni all’anno per cui si può mettere in affitto un appartamento. Il 2 dicembre, inoltre, Airbnb ha trovato un accordo con New York, accettando di ritirare la sua denuncia in cambio della promessa, da parte della città, di multare per le violazioni solo i proprietari delle case e non l’azienda. La deputata Linda Rosenthal lo ha definito un “incredibile voltafaccia”, mentre Airbnb ha parlato di “un concreto passo avanti per i proprietari”.
Risolvere le controversie sull’affitto temporaneo di appartamenti interi è fondamentale per Airbnb. A ottobre, questi affitti rappresentavano il 66 per cento del giro d’affari dell’azienda negli Stati Uniti, secondo i dati di Airdna, l’azienda d’analisi di Shatford. L’affitto di stanze private, che generalmente è tollerato dalle autorità, rappresentava il 32 per cento del giro d’affari, mentre l’affitto di un posto letto in una stanza era appena il due per cento.
L’azienda si fa ancora forte del suo impegno a migliorare la vita delle persone comuni, ma quest’idea sembra sempre più lontana
A novembre, a Los Angeles, Airbnb ha organizzato il suo terzo Airbnb open, un evento che celebra “lo spirito della comunità”. Hanno fatto un’apparizione l’attore Ashton Kutcher, che ha confessato di aver vissuto in appartamenti trovati su Airbnb dopo aver divorziato da Demi Moore, e l’attrice Gwyneth Paltrow, e si sono esibiti artisti come Lady Gaga e i Maroon 5. Nel corso dell’evento l’amministratore delegato dell’azienda, Brian Chesky, ha presentato Trips, un modo per aiutare i viaggiatori a organizzarsi durante il loro soggiorno, che si tratti di caccia al tartufo o di maneggiare spade da samurai. Trips è uno dei passi che Airbnb sta facendo per diventare un’agenzia di viaggi globale.
L’azienda si sta espandendo in Cina e in India, sta corteggiando i viaggiatori d’affari, e sta facendo da intermediaria tra padroni di casa e inquilini. Tutto questo deve preparare la strada a un altro passaggio fondamentale perché Airbnb riesca a convincere gli investitori che vale i trenta miliardi di dollari di valutazione raggiunti quest’estate.
In attesa di un’occasione
Airbnb sta andando oltre la sua promessa originaria, di essere cioè una piattaforma per la classe media. Sta diventando sempre più professionale, sempre più simile a quelle catene alberghiere che vorrebbe combattere. Da un certo punto di vista è logico: ha annunci per 2,5 milioni di proprietà in 191 paesi, con un milione di ospiti che ci trascorrono la notte ogni giorno.
L’azienda si fa ancora forte del suo impegno a migliorare la vita delle persone comuni, ma quest’idea sembra sempre più lontana man mano che si moltiplicano gli imperativi aziendali. È probabile che la prospettiva di un’offerta pubblica iniziale abbia accelerato questa trasformazione, e che sia alla base delle concessioni che Airbnb ha fatto di recente. Ma questi accordi non sono necessari solo per la borsa: il fatto che le attività dell’azienda si svolgano in una zona legale “grigia”, la minaccia di multe o di conseguenze penali potrebbero ridurre l’interesse dei proprietari nei confronti dell’azienda.
Ma non per Scott Shatford. Anche se non ha ancora ricominciato ad affittare case da quando abita a Denver, scegliendo di concentrarsi su Airdna, Shatford continua a tenere d’occhio il mercato immobiliare, in attesa di un’occasione su cui buttarsi. Il fatto che la marijuana in Colorado si può vendere legalmente ha reso Denver una destinazione apprezzata, e gli affitti per brevi periodi sono autorizzati dalle leggi locali. “Quando parte la carica mi piace essere in prima linea”, spiega Shaftord, aggiungendo di non provare alcun risentimento verso Airbnb per quel che è successo a Santa Monica. “Di sicuro non sarà la fine della mia carriera da affittacamere”.
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mercoledì 25 gennaio 2017
La Cina vuole diventare il fulcro dell’innovazione mondiale
Il visiting professor all’università Tsinghua di Pechino mi mostra la chat che ha in corso con la dottoranda. Lei deve fare una ricerca su “innovazione e problemi sociali”, indagare cioè quali idee nuove, applicazioni, metodi, si possono utilizzare per affrontare la complessità crescente della società cinese. La dottoranda scrive: “Professore, può aiutarmi? Non riesco a trovare problemi sociali in Cina”.
“È una ragazza in gamba, molto studiosa, ma non è la prima volta che mi fa questa domanda”, dice il docente. La sua risposta, che scorre sullo schermo del telefonino, è ironica quanto gentile: “Cara, esci dalla biblioteca e fatti un giro attorno all’università. Di fronte a uno degli ingressi vedrai un contadino che vende dei cuccioli di coniglio. Dato che siamo 3 gradi sotto zero, i coniglietti tremano dal freddo e rischiano di morire. Lui dice che non c’è problema perché hanno il pelo, ma il fatto è che i conigli sono animali deboli di polmoni, che in inverno scavano una buca e se ne stanno sotto terra, solo che lui non lo sa o non ci pensa. Ecco, questo è un minuscolo problema di maltrattamento degli animali, ma è un problema sociale. Poniti la domanda: il governo come potrebbe suscitare in maniera innovativa una sensibilità diffusa sui diritti degli animali?”.
A Davos, di fronte al gotha dell’economia globale, il presidente cinese Xi Jinping ha espresso un concetto molto chiaro: indietro non si torna, si va avanti sulla strada della globalizzazione, ma per ammorbidirne gli effetti nefasti sul lavoro bisogna fare leva sull’innovazione.
Ora, premesso che l’innovazione molto spesso riduce il lavoro necessario invece di crearne di nuovo – si pensi agli effetti della sinergia tra informatizzazione e automazione – è forse il caso di chiedersi che cosa sia la chuangxin, così come la intendono i cinesi.
Fino a poco tempo fa, si parlava di zizhu chuangxin, tradotto di solito come “innovazione domestica”, ma dal significato più simile a “innovazione indipendente”. Peccato che non lo fosse affatto: consisteva di solito nell’acquisizione di tecnologie straniere e nel loro adattamento al contesto cinese, attraverso un processo di reverse engineering. Solo che, come quando si smonta una motocicletta per vedere come è fatta e poi la si rimonta, restando di solito con qualche pezzo in mano senza capire dove vada, anche ai cinesi non sempre la ciambella riusciva con il buco.
L’esempio più tragico fu l’incidente ferroviario del 2011 a Wenzhou, quando due treni veloci si scontrarono perché la tecnologia giapponese dell’alta velocità era stata “riadattata”, con alcuni difetti, nei sistemi di sicurezza.
L’ennesima prevaricazione
Ma al di là degli errori tecnici, è spesso l’adattabilità stessa della tecnologia d’importazione a essere in dubbio. Un esempio è la norma del codice stradale che consente alle auto di girare a destra anche quando il semaforo è rosso. È l’acquisizione del modello statunitense, nato però nelle semideserte città dell’ovest, dove la possibilità che un pedone attraversi la strada è piuttosto rara (anche perché raramente la gente va a piedi). Applicata alla densità umana delle città cinesi, la libera svolta a destra crea il caos e l’affermazione di una “gerarchia stradale” per cui l’automobile passa indipendentemente dal fatto che qualche pedone, bicicletta o triciclo stia attraversando la strada con il verde. L’ennesima prevaricazione.
Si dice che la Cina non sia l’ambiente giusto per creare innovazione radicale – quella che cambia paradigma e dà vantaggi competitivi, come furono l’invenzione della stampa a caratteri mobili, del motore a scoppio e del personal computer – perché il sistema scolastico produce dottorandi che stanno sepolti nelle biblioteche e non conoscono la vita, come la ragazza di cui sopra. Oppure perché il mondo delle imprese è dominato dal guanxi – la relazione spesso clientelare – e non dall’efficienza.
La sua natura non democratica permette al governo cinese di programmare su tempi lunghi, da dinastia imperiale
La nuova Cina di Xi Jinping sta quindi cercando di aggirare questi limiti quasi antropologici a modo suo, investendo massicciamente in “piattaforme” dove possa sorgere il nuovo. Cioè, si cerca di usare capitali sia statali sia privati per creare il “luogo” dell’innovazione: centri di ricerca, parchi tecnologici, InnoWay come quella del quartiere di Zhongguancun, a Pechino, dove nel medesimo luogo sono concentrati “caffè dell’innovazione” dove si incontrano imprenditori e makers, agenzie di consulenza, investitori. Il rischio – dicono in molti – è che la creazione del luogo si trasformi nell’ennesima corsa alla speculazione immobiliare. E infatti, la InnoWay di Pechino nasce su iniziativa dello Haidian property group, guarda caso una immobiliare.
Alla fine, la maggiore risorsa del governo cinese che punta all’innovazione sembra essere la sua natura non democratica – svincolata dai tempi brevi delle scadenze elettorali – che gli permette di programmare su tempi lunghi, da dinastia imperiale. Horizon 2020 è il principale progetto sull’innovazione dell’Unione europea. Mira, appunto, al 2020. Le analoghe linee guida diffuse dal governo di Pechino lo scorso maggio stabiliscono invece che entro quell’anno la Cina dovrà diventare “una nazione innovativa”; poi un “leader internazionale” dell’innovazione entro il 2030; e quindi “il fulcro mondiale” della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica entro il 2060. L’Europa guarda al 2020, la Cina quattro decenni più in là.
Entro quella data i coniglietti non creperanno più di freddo.
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mercoledì 18 gennaio 2017
I robot con troppa personalità ci fanno arrabbiare
Le nuove tecnologie ci permettono di entrare in contatto con persone provenienti da tutto il mondo, per questo non abbiamo di certo bisogno di “nuove personalità”, perlomeno non in forma di robot. La realtà è che parlare con un bot è decisamente fastidioso.
Elizabeth McGuane è un’esperta di linguaggio che lavora alla Intercom – un’azienda che produce piattaforme di messaggistica – e in un articolo su Tech Crunch scrive che i bot, gli assistenti virtuali e le altre applicazioni dovrebbero funzionare come gli strumenti tradizionali. Come un martello, per esempio: così come non pensiamo al manico di un martello ma ci limitiamo a usarlo, i nostri congegni tecnologici dovrebbero servirci silenziosamente e senza intrusioni. “Il successo più grande per un designer è riuscire a rendere invisibile la tecnologia”, scrive.
Elizabeth McGuane non è stata sempre di questo parere. Prima era convinta che agli essere umani piacesse interagire con le macchine, ma mentre testava un bot parlante insieme ai suoi colleghi si è resa conto che le parole della macchina irritavano gli utenti.
I progettisti che lavorano sulla tecnologia legata al linguaggio dovranno essere bravi a far sparire ancora di più il loro lavoro, rendendo gli strumenti invisibili e intuitivi da usare
“Mi occupo di linguaggio e lavoro con un team di progettazione prodotti, per questo dare un nome alle cose fa parte del mio lavoro. Quando abbiamo cominciato a testare un bot per la nostra app di messaggistica ero pronta a valutare centinaia di nomi: con un genere, senza genere, funzionali, e così via”. Ma prima di trovare il nome perfetto, si sono accorti di qualcosa d’inatteso: le persone detestano parlare con una macchina, in particolare quando ha un nome.
Durant i test, il bot si presentava ai suoi utenti come se fosse una persona, dicendo: “Ciao. Sono Bot, l’assistente digitale di Intercom”. Le persone lo odiavano. Allora il gruppo di progettisti ha provato ogni tipo di cambiamento, rendendo il bot più riservato, o più amichevole, usando nomi e voci diverse. “Ma non c’era alcun miglioramento. È stato solo quando abbiamo tolto il nome, eliminando il pronome di prima persona e la presentazione che le cose hanno cominciato a migliorare. Era il nome, più di qualsiasi altra cosa, a creare frizioni. Abbiamo capito che dare un’identità al bot non è sempre l’idea migliore. Chiamare un bot Siri non ha necessariamente lo stesso effetto, in termini di costruzione di una relazione, che chiamare la propria automobile ‘la mia vecchia carretta’”, scrive McGuane.
Una grossa parte della questione sta nella differenza tra parlare e digitare. Parlare rende tutto più umano e, secondo una ricerca recente, quando le persone ascoltano una frase tendono ad attribuirle un’origine umana. La voce rende la tecnologia più umana. “Ma quel che è umanizzante può anche essere irritante. È molto più faticoso dire ‘Ok Google’ 75 volte al giorno che aprire silenziosamente un computer portatile e fare una ricerca”, secondo McGuane.
Questo l’ha spinta a pensare in modo diverso alla progettazione tecnologica, e oggi pensa che non dovremmo avere un’interazione percepibile con le macchine.
Secondo lei Siri e Alexa, le personalità che stanno dietro agli assistenti personali di Apple e Amazon, sono abbastanza discrete, ma se lo fossero ancora di più sarebbero molto più efficaci.
I progettisti che lavorano sulla tecnologia legata al linguaggio dovranno essere bravi a far sparire ancora di più il loro lavoro, rendendo gli strumenti invisibili e intuitivi da usare, al punto da non farci neppure accorgere della loro esistenza.
“I nomi e l’identità portano gli strumenti sullo schermo a un livello superiore all’intuizione”, dice. “Ci fanno vedere lo strumento in tutto il suo splendore virtuale, mettendolo in un contesto totalmente differente per la persona che lo usa, e creando una relazione che non sempre questa persona richiede o apprezza”.
Fonte: QUI
martedì 3 gennaio 2017
MacBook Pro di Apple
Non ha certo l'appeal dei keynote dedicati agli iPhone, ma quello di oggi è stato un appuntamento importante per Apple. Al Town All di Cupertino, Tim Cook ha svelato una nuova app per Apple Tv e tre nuovi modelli di MacBook pro. E se la prima dimostra l'ennesimo tentativo di Apple di puntare sulla domotica, i secondi sono un esempio concreto di come si provi a portare innovazione vera anche nel mondo dei computer.
La nuova app per Apple Tv
“Hello (again)” era lo slogan dell'evento odierno. Un evento che Cook ha aperto parlando del futuro della Tv, che secondo il CEO di Apple è legato al mondo delle app. Da qui il lancio di una nuova app made in Cupertino. Si chiama Tv, e nelle intenzioni di Apple è un modo per offire un unico luogo per accedere ai programmi TV e ai film, così come un luogo per scoprire nuovi contenuti da guardare. È stato inoltre introdotta una nuova funzionalità Siri per Apple TV che permette agli spettatori di sintonizzarsi direttamente per vivere notizie ed eventi sportivi attraverso le loro app. «Guardare i programmi TV e i film su tutti i dispositivi Apple non è mai stato così facile» hanno spiegato da Cupertino. «Utilizzare app su Apple TV, iPhone e iPad è diventato per molti di noi il modo principale in cui guardiamo la televisione. - ha detto Eddy Cue, senior vice president Internet Software and Services di Apple - L'app TV ti mostra cosa guardare dopo e scopre facilmente programmi TV e film da molte app, in un solo posto». L'app TV sarà disponibile per Apple TV, iPhone e iPad e rimane sempre sincronizzata in modo che quando gli utenti iniziano a guardarla su un dispositivo possano continuare sugli altri loro dispositivi Apple esattamente dal punto in cui avevano interrotto la visione.
Nuove funzionalità per Siri, fra cui Live tune-in. In modo semplice ci si può sintonizzare direttamente su notizie in tempo reale ed eventi sportivi su Apple TV. Siri adesso conosce gli eventi sportivi in diretta in tutte le app. L'utente potrà semplicemente dire cosa vuole guardare («guardiamo il Milan») e Siri agisce. Siri, inoltre, conosce tutti i dettagli sulle partite, è in grado di fornire risultati in tempo reale e può portare gli spettatori direttamente alla diretta streaming all'interno dell'app che la sta trasmettendo. L'app TV e il Single Sign-On saranno disponibili a dicembre come aggiornamenti software per i clienti Apple TV (4a generazione), iPhone e iPad negli Stati Uniti. Live tune-in con Siri è disponibile da oggi.
I nuovi Mac
Il catalogo dei MacBook Pro si rinnova e cambia aspetto. Quelli presentati oggi a Cupertino sono più sottili e leggeri dei modelli precedenti. Ma la vera novità è nella scomparsa della tradizionale fila di tasti di funzione (quella più in alto, per capirci), sostituita da un display Multi-Touch di qualità Retina chiamato Touch Bar.
Il nuovo MacBook Pro è dotato del display Retina Apple (a 500 nits di luminosità, con un +67 di luminosità e contrato rispetto alla generazione precedente) è dotato di processori quad-core e dual-core di sesta generazione. Secondo Apple, le prestazioni grafiche sono fino a 2.3 volte superiori rispetto alla generazione precedente. Memoria SSD ultra veloce e a quattro porte Thunderbolt 3 (non su tutti i modelli). Presente anche un touch Id simile a quello presente sugli iPhone.
CRESCITA ATTESA IN DICEMBRE 26 ottobre 2016
Per Apple primo calo annuale per ricavi e utili dal 2001
La Touch Bar
La vera novità, dicevamo, riguarda la Touch Bar. Così Apple ha messo i comandi direttamente a contatto delle dita dell'utente. La barra luminosa si adatta quando si utilizza il sistema o app come Mail, Finder, Calendario, Numbers, GarageBand, Final Cut Pro X e molte altre, incluse app terze parti. Per esempio, la Touch Bar può mostrare le Tab e i preferiti in Safari, permettere un facile accesso alle emoji in Messaggi, fornisce un modo semplice per l'editing delle immagini o per sfogliare video in Foto e molto altro ancora. Da provare, certo. Ma all'apparenza sembra un'ottima idea.
Dimensioni contenute
Il nuovo MacBook Pro è disponibile in due versioni, e le dimensioni – rispetto ai modelli precedenti – sono state ridotte. Quello da 13 pollici è spesso 14,9 millimetri e pesa 1,36 kg. Quello da 15 pollici, invece, è spesso 15,5 millimetri e pesa 1,8 kg.
Quanto costa
Il MacBook Pro 13 pollici senza Touch Bar ha un prezzo che parte da 1.749 euro. Quello da 13 con Touch Bar e sensore Touch ID costa da 2.099 euro. Mentre il 15 pollici, con Touch Bar e sensore Touch ID, lo si trova a partire da 2.799 euro.
Fonte: Clicca QUI
mercoledì 21 dicembre 2016
D-LINK DSL-2750B Modem Router Wi-Fi con 4 Porte Ethernet
Caratteristiche
- Standard Wi-Fi: Wireless N
- Velocità Wi-Fi: 300 Mbps 2,4 Ghz
- Velocità LAN: Fast ethernet
- Numero di porte: LAN: 4
- Porta USB 2.0 x 1
- Mydlink Shareport: possibilità di collegare un disco rigido USB per accedere alla libreria di video e musica sul portatile
- Smart Quality of Service: Applicazioni differenti (voce, video, dati) rilevate automaticamente e priorizzate, per effettuare streaming senza buffering e giocare senza ritardi
Wireless
- 802.11b/g/n standards
- Fino a 300 Mbps (802.11n)
- Gamma di frequenza: 2.4 GHz to 2.484 GHz
- 2x antenne non staccabili MIMO
- 64/128-bit WEP criptaggio dei dati
- WPA /WPA 2 (personal/enterprise) security
- 802.1x RADIUS
- WPS (Wi-Fi Protected Setup)
- MAC address-based access control
martedì 6 dicembre 2016
TV Sinudyne LCD 22" HD Ready U22K100
Caratteristiche
Tecnologia: LCD
Dimensione diagonale: 22”
Rapporto larghezza/altezza: 16:9
HD Ready: Sì
Full HD: non disponibile
Rapporto di contrasto immagine (xxx:1): 1000
Risoluzione: 1366 X 768
Luminosità: 200 cd/mq
Angolo di visione (verticale): 140°
Retroilluminazione LED: Sì
Interfacce HDMI: YUV
Porta USB: Sì
Frequenza: 50 Hz
Tempo di risposta del pixel: 5 ms
Tecnologia 3D: non disponibile
Conversione da 2D a 3D: non disponibile
Digitale terrestre integrato: Sì
Tipo sintonizzatore TV digitale: DVB-T
Potenza di uscita / totale: 10 Watt
Tipo connettore: HDMI
Numero di ingressi HDMI: 1
Numero di prese SCART: 1
Interfaccia PC VGA: USB
Slot di espansione 1 x slot: Common Interface
Digital Living Network Alliance (DLNA): non disponibile
CI Plus: non disponibile
Potenza assorbita in esercizio: 35,9 Watt
Potenza assorbita stand by / sleep: 0,49 Watt
Fissaggio al muro: Sì
Tecnologia: LCD
Dimensione diagonale: 22”
Rapporto larghezza/altezza: 16:9
HD Ready: Sì
Full HD: non disponibile
Rapporto di contrasto immagine (xxx:1): 1000
Risoluzione: 1366 X 768
Luminosità: 200 cd/mq
Angolo di visione (verticale): 140°
Retroilluminazione LED: Sì
Interfacce HDMI: YUV
Porta USB: Sì
Frequenza: 50 Hz
Tempo di risposta del pixel: 5 ms
Tecnologia 3D: non disponibile
Conversione da 2D a 3D: non disponibile
Digitale terrestre integrato: Sì
Tipo sintonizzatore TV digitale: DVB-T
Potenza di uscita / totale: 10 Watt
Tipo connettore: HDMI
Numero di ingressi HDMI: 1
Numero di prese SCART: 1
Interfaccia PC VGA: USB
Slot di espansione 1 x slot: Common Interface
Digital Living Network Alliance (DLNA): non disponibile
CI Plus: non disponibile
Potenza assorbita in esercizio: 35,9 Watt
Potenza assorbita stand by / sleep: 0,49 Watt
Fissaggio al muro: Sì
lunedì 28 novembre 2016
Autoradio DME-4019
Caratteristiche
Display ad alta risoluzione 440x240 pixels (formato 16:9)
Schermo LCD a matrice attiva (TFT) da 4.1’’ (pollici)
Alta sensibilità del touchscreen (di tipo resistivo)
Standard RDS (Radio Data System)
Radio con funzioni AF (frequenze alternative), TA (annunci sul traffico), PTY (visualizza la categoria della stazione, dipende dall’RDS), AST (ricerca automatica delle stazioni), memorizza fino ad 6 preferiti per banda (FM1/FM2/FM3 - AM1/AM2)
Porta USB 2.0 (fino a 64GB)
Lettore di schede microSD (fino a 64GB)
Bluetooth interno
Microfono integrato
Ogni dispositivo che dispone dei profili necessari (ad esempio un cellulare, uno smartphone, un lettore mp3 ecc.) può essere collegato a questa autoradio
Led RGB
Funzioni Retrocamera
Misure: 188 x 58 x (profondità)128 mm
venerdì 18 novembre 2016
Smartphone 4G L-Line quadcore dualsim 1 Gb di RAM disponibile
Display: 4.5’’ FWVGA
CPU: MT6735M / Quad-Core 1.0 GHz C
Camera: 2 Megapixel 5 Megapixel AF FF +
Battery capacity: 3000 mAh
RAM: 1 GB
ROM: 8 GB
SIM: Dual SIM
Memoria espandibile
GSM: 850/900/1800/1900
WCDMA: 900/2100
LTE / 4G (FDD): 800/1800/2100
Sistema operativo: Android 5.1
Dimensions: 133 x 65.5 x 9.8 mm
Colori disponibili: nero e bianco
lunedì 7 novembre 2016
Stereo da auto Pioneer DEH1800UB
Caratteristiche
- Interfaccia USB
- Tuner analogico
- Lettura file FLAC, Compatibile Android AOA 2.0
- Formato audio supportato: FLAC,MP3,AAC,WAV,WMA
- Potenza in uscita: 50 W
- Watt totali: 200 watt
- 4 canali di uscita
- Ingresso AUX frontale
- Connessione iPod
lunedì 31 ottobre 2016
mercoledì 19 ottobre 2016
Spotify, nuova playlist personalizzata
Spotify lancia una nuova playlist personalizzata: si chiama Release Radar e raccoglie ogni venerdì tutte le nuove uscite degli artisti preferiti in una sola lista di canzoni. Viene messa insieme da un algoritmo che riconosce i gusti personali a partire dalla musica che si ascolta di solito.
Release Radar offre fino a due ore di musica ed è disponibile nella sezione "Nuove uscite per te" all'interno di "Scopri" su mobile e desktop.
"Vista l'enorme quantità di nuova musica che esce ogni settimana, può essere difficile restare sempre aggiornati sugli ultimi brani - spiega Matt Ogle, Senior Product Owner di Spotify - Con Release Radar, volevamo creare il modo più semplice per permettere all'utente di trovare tutte le ultime uscite interessanti per lui in una playlist".
Fonte: ansa.it
martedì 4 ottobre 2016
'Internet delle cose', crolla mito 50 miliardi dispositivi connessi nel 2020
Sono sempre di più gli oggetti connessi al web, a partire dalle auto che negli Usa hanno superato i cellulari, per arrivare ai contatori dell'elettricità, ma la cosiddetta 'Internet delle Cose', definita anche la 'terza rivoluzione industriale, non ha avuto in questi anni il boom che ci si attendeva o si sperava. E per questo ricercatori ed esperti hanno rivisto il 'traguardo' dei 50 miliardi di dispositivi connessi entro il 2020, preconizzati dai più entusiasti e speranzosi qualche anno fa, quasi dimezzandolo. Ci si dovrà 'accontentare' di molti meno, nell'ordine di almeno un paio di decine di miliardi in meno, sempre che abbiano ragione i più ottimisti. Il primo a sbilanciarsi sulla cifra di 50 miliardi è stato nel 2010 Hans Vestburg, all'epoca ceo di Ericsson, una previsione adottata poi da diversi analisti anche se l'Ibm si era spinta addirittura a un trilione di connessioni entro il 2015. I valori attuali, sottolinea la rivista, non si avvicinano neanche a queste previsioni, e variano dai 6,4 miliardi calcolati da Gartner ai 9 della International Data Corporation. Per il futuro la stessa Ericsson ha abbassato le previsioni a 28 miliardi di dispositivi connessi, smartphone compresi, entro il 2021, mentre Dave Evans, ex ceo di Cisco e un altro degli 'entusiasti', ora si aspetta una cifra di 30 miliardi nel 2020. "Nonostante le nuove cifre il numero di 50 miliardi continua ad essere citato in continuazione - sottolinea Evans -. Le persone tendono a legarsi ai numeri, ma questo è veramente difficile da raggiungere".
Anche se la crescita è più lenta del previsto, l''Internet of Things' (IoT) è destinato a diventare quello predominante anche prima del 2020. Le nuove connessioni legate all'Iot crescono infatti del 23% all'anno, secondo l'ultimo 'mobility report' proprio di Ericsson, e supereranno già nel 2018 le nuove sim di telefoni e tablet. Negli Usa, secondo un rapporto di Chetan Sharma Consulting, già quest'anno le compagnie telefoniche hanno venduto più connessioni per le auto che per gli smartphone o i tablet (32% contro 31% e 23% rispettivamente), e anche al di qua dell'oceano le cose non vanno male. Secondo il report dell'Osservatorio IoT del Politecnico di Milano a fine 2015 il mercato dell'Internet of Things in Italia ha raggiunto i 2 miliardi di euro, con una crescita del 30% rispetto al 2014, spinto sia dalle applicazioni consolidate che sfruttano la connettivita' cellulare (1,47 miliardi di euro, +28% rispetto al 2014) che da quelle che utilizzano altre tecnologie come Wireless M-Bus o Bluetooth Low Energy (530 milioni di euro, +33%). Il mercato italiano e' trainato in particolare dai contatori gas (25%) e dalle auto connesse (24%) che da soli sfiorano il miliardo di euro di valore.
Fonte: ansa.it
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